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FRANCESCO GIUNTA, TROPPU VERY WELL!

Italiana
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ovvero “Perché cantare in siciliano è una cosa seria e bisogna riderci sopra!”

Questo disco è comico, drammatico, sapiente, improvvisato eppure studiatissimo. È la summa di un magistero di scrittura musicale e di cultura drammaturgica e sapiente invenzione. Racchiude trent’anni di vita musicale e di poesia. Una vita intera a mescolare parole e musica, e non sai dove inizino le une e cominci l’altra, per i giorni cantati e per i grandi temi, con un amore immenso per il dialetto. Adesso è teatro, cunto e favola. È mare e barocco e storia di Sicilia. È l’atto più recente di una sequenza lunghissima di narrazioni nate in una personalissima notte dei tempi e arrivate sino a noi come cronaca, satira e teatro quotidiano della nostra vita. Macchiette e personaggi indimenticabili. Ci sono il mare e il sole.  Le risate e il fine umorismo siciliano. C’è un artista sopraffino e un performer dalla vena inarrestabile. Uno degli ultimi cantastorie rimasti. Teniamocelo stretto e apriamo il cuore alla sua musica, voce e racconto.

All’ascolto si presenta come una traccia unica pur essendo suddiviso in 21 tracce.

Ciò allo scopo di mantenere la caratteristica live della fase di registrazione.

Delle 21 tracce 5 (col titolo in corsivo anche nella confezione) sono “interludi” parlati.

Le altre 16 tracce sono brani musicali preceduti sempre da un prologo parlato.

Anche se non espressamente evidente, la scaletta è suddivisa in blocchi tematici:

  • 1-6 il dialetto e la città di Palermo
  • 7-13 “strani” personaggi
  • 14-16 situazioni paradossali
  • 17-21 “canzoni a effetto”

 

 

Testi e musiche Francesco Giunta

Elaborazione alla chitarra Giuseppe Greco

Produzione artistica Edoardo De Angelis

Copertina e illustrazioni interne Marco De Angelis

Nota introduttiva Roberto Sottile

Registrato dal vivo al Teatro Jolly di Palermo

Mixaggio e mastering Fabio Ferri – Millenium Audio Recording, Roma

Prodotto da Musica del Sud per Il Cantautore Necessario

Edizioni Musicali Musica del Sud

 

 

TRACK LIST

 

 

1 U cappidduzzu

2 Bagni Italia

3 Ho avuto un nonno straordinario…

4 E tempi ch’e tazzi

5 Lu turista nnammuratu

6 Vucciria

7 Tanuzzu omu di paci

8 I modi di dire sono tassativi…

9 Totò lu pumperi

10 Carmelina ca cari d’i tacchi

11 Assurdità dei modi di dire…

 

12 U bagninu(1)

13 C’era una filastrocca…

14 A firmata i l’otobus

15 Che bella la spiaggia

16 Mi mettu ccà

17 Troppu very well

18 Chi sugnu stancu

19 Cola scaliava la calia

20 Grazie!

21 Buchi buchi

(1) con Giovanni Nanfa  

 

 

 

NOTA DI EDOARDO DE ANGELIS

 

Venti righe per vent’anni. Venti righe (e se serve anche qualche rigo in più) per raccontare un evento che attendo da vent’anni. Ho coltivato con pazienza e amore questa deliziosa collana di canzoni tentando di convincere Francesco a pubblicarle e a concedermi l’onore e il divertimento di aiutarlo a presentarle al mondo.

Queste sedici canzoni non sono solo parole e musica, sono un segno. Un segno che rende sintesi a una varia quantità di buoni ingredienti, ricca come la più preziosa ricetta siciliana. Sono canzoni umoristiche (ma fino a un certo punto), che Francesco canta dopo cena ai suoi amici incantati. Ma qui si parla di cultura. Il colore e il suono della lingua, il calore e il conforto della tradizione, il coraggio e la libertà dell’arte, uniti e ben mescolati all’intelligenza, alla sensibilità, al carattere dell’autore e interprete.

Queste canzoni raccontano un mondo. Il loro lessico è così lieve, agile, appetitoso, che ogni palato ne può godere, ancora e ancora. Di tutte le produzioni artistiche che il cuore mi ha indotto a prendere per mano, questa è certo la più attesa, la più particolare, la più sorprendente.

Indispensabili alla ricetta compiuta altri due preziosi ingredienti: la chitarra attenta, saggia, amorevole di un grandissimo Giuseppe Greco, e il racconto grafico incredibilmente appropriato e affettuoso di Marco De Angelis, che non avrebbe potuto inventare strada più efficace per illustrare l’opera di Francesco. Come dire: un lavoro davvero “troppu very well”.

 

 

NOTA INTRODUTTIVA DI ROBERTO SOTTILE

(Docente di Linguistica italiana – Dipartimento di Scienze Umanistiche – Università di Palermo)

 

In siciliano si può cantare di tutto e il dialetto nella canzone può essere impiegato con diverse funzioni: ora per proporre una lingua più familiare, meno istituzionalizzata, “controusurante” e con un uso espressivo che ambisce ad assolvere a una funzione essenzialmente “poetica” (funzione lirico-espressiva); ora per trovare un linguaggio con forti connotati di controcultura o per simboleggiare il ritorno alle radici (funzione simbolico/ideologica); ora per riconsegnare il dialetto alla sua prima e più antica funzione letteraria (quella comica). La possibilità e la capacità di piegare la lingua regionale a usi artistici molteplici, in grado di spaziare dalla funzione lirico-espressiva a quella comico-satirica, è la cifra più affascinante del percorso artistico di Francesco Giunta: da un lato il cantautore siciliano (quello di Li varchi a mari, Porta Felice, E semu ccà) con una lingua altamente poetica tanto da riecheggiare e riattualizzare talvolta le migliori voci della poesia isolana (Meli, Buttitta); dall’altro (come nel caso di questo nuovo disco) il cantattore che usa il dialetto per fare (sor)ridere e che ci offre un album straordinario con la sua strutturazione in blocchi tematici, consacrati e dedicati alla città di Palermo e al suo dialetto (da Cappidduzzu a Vucciria), a vari “strani” personaggi più o meno impregnati di palermitanità (da Tanuzzu a Bagninu), a situazioni e fatti paradossali (da A firmata i l’otobus a Mi mettu ccà), fino ai “botti finali” dell’ultimo blocco in cui troneggiano l’immarcescibile Troppu very well, che dà il titolo all’album, e l’impareggiabile Cola scaliava la calia.

Con questo lavoro, Francesco Giunta, accompagnato dal bravissimo chitarrista Giuseppe Greco, ci consegna un bell’esempio di produzione comico-satirica complessa e “colta” che si sostanzia magistralmente nella peinture di figure-macchiette all’insegna del diverstissement linguistico, come è il caso, innanzitutto, del playboy protagonista di Troppu very well: sfruttando la somiglianza fonica tra parole siciliane o italiane e nomi di Stati degli USA, l’autore crea una canzone con una formula inusitata di dialetto anglo-americanizzato, che richiama (pur essendo sostanzialmente altra cosa) il Siculish, la lingua ibridizzata tipica dei siciliani emigrati in America tra ‘800 e ‘900.

I giochi di parole, vero motore di qualunque forma di comicità artistica che possa dirsi alta e intelligente (giochi di parole che spesso appaiono qui conditi da un inimitabile – e perfino “invidiabile” – esercizio di riflessione metalinguistica), sono, effettivamente, la specialità di Francesco Giunta, come quando si esercita sull’etimo del toponimo Vucciria e pone quel luogo in rapporto con la più famosa unità fraseologica ad esso connesso, per smontare e ristrutturare nell’attualità tanto il luogo quanto il modo di dire, nell’urgenza di raccontare una città profondamente cambiata e in parte ormai irriconoscibile; come quando gioca sul rapporto di omofonia tra pumpìeri (pompiere) e p’un pìeri (per un piede) nell’ambito di una canzone dall’ironia sottile; come quando gioca con le parole otobussss e bùssola (che, per altro, solo per i palermitani è la “porta” degli autobus) per indugiare sui segni di una affannata e spesso confusa umanità urbana “itinerante”; come quando accosta l’anglicismo boogie boogie al sicilianismo reduplicato buchi buchi a sottolineare che una certa tela culturale e linguistica si è ormai inevitabilmente sfilacciata (senza essere comunque e per fortuna irrimediabilmente logora).

Per non dire, poi, di Cola scaliava la calia, canzone costruita su una sequenza di versi, tutti basati sull’allitterazione e variamente “rimati” (rima baciata, rima interna, rima finta) e tutti seguiti da un verso puntello. Giocando sull’omofonia e sulla consonanza, Giunta evoca in ogni verso un ipocoristico di persona della quale, in una sorta di scioglilingua, descrive un’azione costitutiva dell’attività quotidiana o lavorativa affastellando parole caratterizzate dalla presenza degli stessi “suoni” che compongono il nome del personaggio di volta in volta nominato.

Dunque anche la produzione satirica di Giunta, come quella di un cantautore “dialettale” che si rispetti, non può che restare agganciata al vissuto dell’artista, alla spazialità del suo mondo e della sua lingua, come non può non restare agganciata al mondo sociale e culturale “predicato” e sorretto dal codice locale. E allora l’autore ironizza e ci fa sorridere sulla città di Palermo: quella che era una volta, coi suoi luoghi privilegiati, le sue abitudini, i suoi personaggi (talvolta macchiette, talaltra prototipizzazioni del panormosauro); con le sue contraddizioni (non solo quelle di ieri), i suoi saperi esperienziali espressi nella fraseologia sulla quale Giunta ironizza costantemente sia quando canta sia quando “racconta” tra una canzone e l’altra. Tutto materiale buono per costruire un raffinato percorso nel quale, in un costante contrasto (e quasi “contrappasso”) tra “aulicità” della lingua italiana e “colloquialità” del codice locale, l’artista ci indica una nuova via per fare risuonare e cantare le parole di una volta, quasi ammonendoci che con esse si può, sì, giocare, ma con esse si deve anche continuare a confrontarsi, specialmente se si pensa che, sebbene esprimano un tempo oggettivamente lontano dall’oggi (il tempo in cui i tazzi si chiamàvanu cìcari), quelle parole sono ancora ben conservate e depositate dentro lo stipu della memoria. Questo, se opportunamente aperto, è in grado di schiudere un mondo pregno di straordinaria bellezza e di ineguagliabile ricchezza culturale, un mondo dal quale ripartire per continuare a raccontare, dire e fare saldando consapevolmente tradizione e modernità.

Sì, se il personaggio del brano che dà il titolo a questa nuova fatica discografica potesse parlarci fuori dalla canzone che lo racconta, non potrebbe che esprimersi così: Yeah, Francesco Giunta anchi sta vota did veramenti troppu very well.

 

 

FRANCESCO GIUNTA è nato a Palermo, dove vive, nel 1952 e opera ormai da oltre trent’anni nel campo del recupero del patrimonio linguistico e musicale siciliano, sia come autore-interprete che come ideatore e curatore dell’etichetta discografica Teatro del Sole.

Conclude gli studi scolastici diplomandosi in Elettronica Industriale nel 1971 e nel 1973 viene assunto all’ENEL dove lavorerà per 22 anni raggiungendo il massimo di inquadramento e occupandosi di tematiche ambientali per conto dell’Ente. Nel 1995 si licenzia per dedicarsi a tempo pieno alla sua principale passione: la musica e il recupero del patrimonio culturale e linguistico siciliano.

Sin da giovanissimo si è dedicato alla scrittura in italiano avendo quali riferimenti i grandi cantautori italiani (De André, Tenco, Gaber, Bindi, Lauzi, Guccini, De Gregori) ma presto nasce in lui il bisogno di esprimersi in quella che considera la sua vera lingua. Il vasto e intenso repertorio formatosi nel corso degli anni confermeranno la validità di quella scelta artistica.

Nel 1990, insieme ad altri musicisti, dà vita all’Associazione Cielozero che, sotto la sua direzione artistica, ha svolto una intensa attività progettuale e editoriale di ampio respiro tanto da diventare sempre più punto di riferimento per quanti in Sicilia hanno operato in questo settore.

Considerato autore fertile e innovativo, pubblica nel 1991 Li varchi a’ mari, suo primo lavoro, un vero e proprio atto di nascita di un nuovo modo di cantare in siciliano, al quale seguono Per terre assi lontane nel ’92, suite che intreccia i temi del viaggio sia di Colombo che degli emigranti siciliani verso l’America, e Porta Felice nel ’94, cantata corale dedicata alla città di Palermo. Suoi i testi e la musica di Storia di Laura e Ludovico, rappresentata nel ’95-96, sensibile rilettura delle vicende legate alla più conosciuta storia del patrimonio tradizionale siciliano: quella della Baronessa di Carini. Con il successivo lavoro discografico, E semu ccà del ’97, ha aperto un ulteriore filone per la canzone d’autore in siciliano, sempre alla ricerca di nuovi temi e nuove sonorità secondo una linea di sviluppo decisamente proiettata in avanti ma in sintonia con la radice musicale tradizionale.

Dalla fine degli anni ’90 in poi si dedica pressoché interamente allo sviluppo e alla diffusione di Teatro del Sole, la cui attività si è protratta fino al 2008, il cui catalogo discografico raccoglierà in poco più di un decennio oltre 60 titoli. Spiccano tra questi 10 pubblicazioni interamente dedicate al repertorio e alla voce di Rosa Balistreri comprendendo, tra gli altri, i quattro capolavori che la grande artista siciliana registrò per la collana Folk della Fonit Cetra, due raccolte di “rari e inediti” e la ristampa di vinili introvabili.

Teatro del Sole diventa così un preciso punto di riferimento per la musica che nasce in Sicilia e nell’Italia meridionale aprendosi ad altre regioni (Calabria, Basilicata, Sardegna) e alle altre musiche. A riguardo va segnalata la pubblicazione nel 2002 di De sa terra a su xelu, suite scritta e diretta dal Maestro Ennio Morricone, realizzata con i suoi musicisti, e il cui momento centrale della partitura è l’Ave Maria tradizionale in lingua sarda cantata da Clara Murtas.

Tra le iniziative che ha portato avanti con l’Associazione Cielozero  vanno considerate la collaborazione all’ideazione e alla realizzazione delle prime due edizioni della Rassegna “Vucciria – sonorità popolari contemporanee” (nel 2006 e nel 2007); dell’ampio progetto “Buon compleanno, Rosa” che nel corso del 2007 ha visto la realizzazione di una serie di appuntamenti ed iniziative dedicate a Rosa Balistreri tra cui la pubblicazione di un CD di inediti dell’artista licatese, un concerto di omaggio con l’intervento  di Lucilla Galeazzi, Fausta Vetere e Clara Murtas, la produzione e la diffusione con il Giornale di Sicilia del CD “Omaggio a Rosa Balistreri” che ha visto la partecipazione di oltre 50 musicisti siciliani; del concerto-tributo “Parole in gennaio” dedicato a Fabrizio De André, realizzato ad ottobre  2007 presso il Teatro Politeama, che costituisce una delle pochissime iniziative dedicate all’artista genovese che hanno ricevuto il Patrocinio ufficiale della “Fondazione De André”.

Nel 2009, dopo un lunghissimo periodo dedicato soprattutto alla “musica degli altri”, sente il bisogno di tornare a scrivere e di occuparsi precipuamente del suo repertorio. In questo trova immediato riscontro e sostegno in Alfredo Lo Faro, produttore e ideatore di “Made in Sicily”, un grande progetto editoriale e discografico al tempo stesso dedicato alla musica e ai musicisti di Sicilia che, come ama dire lo stesso Lo Faro, “a quei musicisti di Sicilia che la Sicilia non hanno voluto lasciare”.

Dall’avvio di questa collaborazione nasce nel 2012 Era nicu però mi ricordu – Francesco Giunta & Orchestra, nuovo lavoro discografico prodotto da Alfredo Lo Faro che rilancia repertorio poetico-musicale dell’autore palermitano e che è stato al centro per un intenso lavoro di incontro con i giovani di diverse scuole siciliane.

Buona parte del repertorio di Francesco Giunta viene da molti anni utilizzato per progetti con finalità didattiche. Tra questi di particolare rilievo, un progetto per gli anni 2014/15 e 2015/16 curato dal Maestro Valter Sivilotti che ha coinvolto una formazione corale/polistrumentale di 150 scolari del Primo Circolo Didattico di Vittoria e uno dallo stesso Giunta in ambito palermitano che ha portato alla realizzazione di una rappresentazione corale replicata in diverse occasioni. Nel 2015 al Teatro Jolly di Palermo lo spettacolo “Calia & simenza”, scritto e interpretato insieme a Gianni Nanfa ha registrato il tutto esaurito per le otto repliche previste nel cartellone 2015/16.  Successo replicato nella stagione 2017/18 con il seguente spettacolo “Ncantu e scantu (tanto è un gioco)” scritto ancora con Giovanni Nanfa e portato in scena sempre al Jolly.

Nel 2018 Antonella Ruggiero ha inserito nella sua raccolta Quando facevo la cantante le due canzoni Li me’ jorna e Cala lu suli. Nello stesso anno la giovane cantautrice siciliana Giulia Mei ha interpretato, nel suo album Diventeremo adulti una versione di  Iu c’aiu a tia, canzone celebrata dal pubblico e dalla critica come la più bella “romanza d’amore” del repertorio di Francesco Giunta.

Lo scorso autunno la “Fondazione De André” ha acquisito al suo archivio il riadattamento integrale in siciliano di Francesco Giunta de La buona novella di Fabrizio De André, autorizzandone la pubblica esecuzione in accordo con l’editore del repertorio del grande artista genovese.

 

 

DISCOGRAFIA

 

1991 – “Li varchi a mari” – Cielozero

1992 – “Per terre assi lontane” – BMG Ariola

1994 – “Porta Felice” – BMG Ariola

1997 – “E semu ccà” – Teatro del Sole

2012 – “Era nicu però mi ricordu” – Made in Sicily

 

 

PARTECIPAZIONI

 

1993 – “Piccola Italia” con Edoardo De Angelis in “De Angelis” – RCA

2004 – “Piccola Italia” con Edoardo De Angelis in “Antologia d’Autore” – D’Autore

2012 – “Spasimo” con Andrea Camilleri, Franco Battiato, Edoardo De Angelis in “Sale di Sicilia” – Rai Trade

2013 – “Alleggiu” e “Nichi e scueti” con Ezio Noto in “Disìu” – Minervart

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